Approfondimento curato da Luisella Giobbi
Con il termine "terra sigillata" si definiscono le tecniche di finitura di superfici ceramiche rivestite da patine prodotte con argilla vetrificante. Queste patine si ottengono separando dalla composizione argillosa, per sedimentazione in acqua, le particelle piu' fini e colloidali da quelle piu' grossolane.
La scelta delle argille da trattare privilegia quelle molto plastiche ricche di ossido di ferro, sodio e potassio. Una prima sommaria separazione delle sabbie silicee dalla parte plastica puo' avvenire dissolvendo l'argilla in quantita' molto elevata di acqua all'interno di un contenitore a colonna, asportando la parte altra della sospensione che si forma dopo breve tempo.
Quindi per mezzo di un sifone si estrae la parte dell'acqua che contiene le particelle in sospensione e si lascia depositare sul fondo l'ingobbio finissimo o terra sigillata. Gli ingobbi potranno essere applicati a crudo, la cottura potrà essere effettuata sia in ambiente ossidante sia riducente ottenendo una paletta di tonalità rosse tipiche delle vernici "aretine" fino al nero brillante di tipo "attico-primitivo".
Alcune opere realizzate dall'artista Luisella Giobbi


La mia ricerca si e' rivolta ad osservare il contenuto cromatico di quelle che comunemente vengono chiamate "argille" che non sono composte di un unico materiale ma sono l'insieme di varie componenti minerali diverse anche per quanto riguarda la granulometria delle particelle.
L'impasto plastico argilloso e' composto di materiali che vanno dalla forma sabbiosa piu' o meno rotondeggiante a particelle estremamente piccole di forma lamellare che sono i veri e propri minerali argillosi: le prime consentono alla massa di essiccare in tempi relativamente brevi e senza eccessivo ritiro, mentre le particelle fini danno alla massa la possibilita' di essere modellabile, plastica e igroscopica e inoltre conferiscono coesione alla massa in crudo. Queste ultime particelle inoltre possono contenere composti alcalini e del ferro che ne provocano la fusione a temperature anche inferiori ai 1000°C.
Per selezionare queste particelle si gioca sulla differenza di velocita' di caduta delle varie componenti granulometriche quando vengono disperse in un grande rapporto di acqua, possibilmente piovana in quanto per assenza di sali e relativa acidita' agisce sulle particelle a forma di foglio condizionando la loro carica attrattiva e rallentandone ulteriormente la caduta sul fondo. I tempi di attesa della separazione delle sabbie, che scendono sul fondo, dalle particelle finissime, che restano sospese, può variare da alcune ore a piu' giorni ed e' in relazione ai diversi tipi di "argille".
La sospensione di argilla che si ricava e' ad un livello di liquidita' elevatissima e per concentrarla velocemente si aggiungono alcune gocce di acido cloridrico che in alcune ore provoca la precipitazione sul fondo dell'argilla e rende eliminabile l'acqua chiara, con l'impiego di un sifone, o per versamento. Una ulteriore concentrazione e' possibile facendo filtrare l'acqua verso l'esterno in un contenitore di cotto.
L'uso di ingobbi vetrificati era gia' conosciuto dai greci fin dal VI sec. a.C.: la vernice si otteneva mediante peptizzazione di argille sedimentarie molto alcaline. Il procedimento di ricoprire il vasellame con vernice di questo tipo lo troviamo in tutto il mondo ellenico; tale tipo di ceramica e' stata denominata in vario modo a seconda della provenienza.
Le argille usate sono di tipo sedimentario, ferruginose e con scarsa presenza di calcare. L'ingobbio, o vernice era ottenuto da argille sedimentarie appositamente scelte, certamente quelle più fusibili. L'argilla si faceva decantare in vasche e, come deflocculante, probabilmente si usavano la cenere di legna, soda o potassa; questi elementi facilitavano la peptizzazione del bagno di argille. Si utilizzava solo la parte in sospensione composta delle particelle più fini di argilla e ricca di alcali. Fatta evaporare la parte eccedente di acqua , si otteneva un bagno argilloso-alcalino, dove venivano immersi gli oggetti quando avevano raggiunto lo stadio di durezza cuoio.
Vernici rosse e nere:
Terre sigillate La particolarita' delle vernici rosse e nere (patine) e' che sono lucide ma non brillanti, sottilissime, impermeabili come gli smalti, ma senza quell'aspetto vetroso così evidente. E non si tratta di un semplice ingobbio (rivestimento ottenuto sovrapponendo all'argilla dell'impasto un sottile strato di una diversa argilla) infatti l'ingobbio ha uno spessore piu' grosso, colori meno intensi e non e' lucido, se non opportunamente steccato. Va detto che il termine "vernice", che gli archeologi hanno sempre impiegato per questo tipo di rivestimento, da un punto di vista tecnologico appare improprio, poiche' la vernice e' un rivestimento vetroso trasparente mentre in questo caso la vetrificazione e' parziale e non si raggiunge la trasparenza. Gli artisti contemporanei preferiscono chiamare questo tipo di rivestimento "terra sigillata", prendendo a prestito una denominazione che gli archeologi usano invece per indicare una ben precisa tipologia ceramica di epoca romana, a vernice rossa, ottenuta mediante sigillum (stampo). In campo tecnologico il termine ritenuto piu' appropriato e' dunque "patina".
Alcune opere realizzate dall'artista Luisella Giobbi


Come fare:
Per ottenere una patina occorre partire da un'argilla, che non necessariamente e' la stessa usata per foggiare il pezzo. Questa argilla viene sottoposta a decantazione, cioe' dispersa in abbondante acqua e posta in una vasca. Le varie frazioni granulometriche dei materiali che compongono l'argilla si depositano in tempi successivi, a partire da quelle piu' grossolane. E' cosi' possibile separare la frazione granulometrica piu' fine, che resta in sospensione piu' a lungo. La parte separata differira' dalla composizione di partenza non solo perche' piu' fine, ma anche per la sua composizione chimico-mineralogica.
La cottura:
Passiamo a vedere cosa succede in cottura. La particolare composizione della patina, piu' ricca in fondenti rispetto all'impasto, permette al rivestimento di raggiungere una parziale vetrificazione, mentre alla stessa temperatura il corpo rimane poroso.
Presso i Greci e i Romani era consuetudine la monocottura. Effetti particolari venivano pero' ottenuti variando l'atmosfera del forno, riuscendo cosi' a variare il colore delle superfici. Nei forni a combustione, limitando l'afflusso di aria, e quindi di ossigeno, si produce una combustione incompleta che porta alla formazione di gas riducenti come l'ossido di carbonio.
L'ossido di carbonio reagisce con i composti del ferro e la conseguenza di queste reazioni e' ben visibile perche', mentre i composti ferrici di partenza erano di colorazione giallo-arancio, quelli ferrosi che si formano sono invece grigio-neri. Un'altra causa di annerimento degli oggetti e' conseguente alla formazione, in ambiente riducente di particelle di carbonio che si depositano sulla superficie e all'interno della porosita' degli oggetti infornati. Queste particelle di carbonio possono formarsi sia dall'ossido di carbonio risultante da una combustione incompleta, che dall'introduzione nel forno di sostanze fumogene.