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Ceramica Paperclay

Iniziata da Raffaella 3 Nov 2008.

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Iniziata da Raffaella 3 Nov 2008.

I segreti del Raku

I Rulli Ossidati

approfondimento curato da Guido Vigna
"La natura della terra è il ricevere".

Essa registra tracce ed impronte di tutto ciò che le succede.
Primo nastro magnetico dell'umanità, su di lei leggiamo segni, immagini, racconti, dati, storie di battaglie e di dei, di eroi e di profeti, riti, propiziazioni e studi, quanti covoni di grano pagarono i sudditi al sovrano, la ditata distratta dell'apprendista ed il tocco felice del maestro. A volte, guardando un vaso in un museo, mi chiedo se chi l'ha fatto non sia lì dietro la porta, ne percepisco il carattere, lo stato d'animo, quasi il respiro: la terra registra in modo fresco. Così quando lavoro una lastra d'argilla penso sovente come potrà percepirla un uomo fra molti secoli. Non è soltanto un oggetto nello spazio, ma anche nel tempo. Questo non ne aumenta l'importanza, migliaia di altre cose resteranno, ma dilata e eleva la situazione.

La tecnica del "Rullino ossidato" è nata da questo. Quello che a me può sembrare dettaglio quotidiano ed insignificante potrebbe essere illuminante. Per cui trovare l'immagine da sintetizzare su di un rullino che possa definire un'emozione, una situazione, un evento, una caratteristica del tuo tempo o del tuo cuore, diventa un'indagine approfondita sul senso delle cose e del mondo intorno a te. Cerco sovente di registrare la cosa come dato di fatto, analisi economica stile Camera di Commercio, dato "oggettivo" senza presa di posizione. Ma a questa, un po' arida definizione, aggiungo (o ci provo) una soggettiva poesia del colore e della superficie. L'intenzione è che ne esca un pezzo significante, poetico ed intelligente, sufficientemente chiaro da essere compreso e sufficientemente libero da essere spunto di emozioni e libere riflessioni. Mi piace che gli uomini guardino i pezzi con il cuore ed il cervello e li tocchino con le mani.

I rullini danno alla superficie del pezzo un segno dolce e convesso. Diversamente da una scalfittura o da un'incisione, più tragiche e sofferte, più adatte ad una denuncia, ad un espressionismo violento. Il segno in rilievo è sensuale, resta chiaro su fondo scuro, è tattile, ha un'ombra morbida. Parla con voce pacata a chi ha il tempo di ascoltarlo. Non per questo è pura seduzione: nei rullini passa tutto ciò che vivo e che succede intorno a me: dalle feste alle discariche, dal Castelmagno ai maiali, dalla musica all'immigrazione, dall'economia alla guerra, dalla poesia visiva al cicloturismo, dall'India a Cervasca e così via. L'alternarsi dei rullini sulla superficie d'argilla crea nuove storie, situazioni, contrasti rivelatori.Una sorta di inevitabile globalizzazione ceramica, un dialogo tra simboli. A volte ne esce una definizione di un territorio, la magia di un luogo, l'allegria di una situazione o la sua assurdità.

Usavano rullini e timbri molti popoli antichi, gli Egizi e gli Etruschi ad esempio. La necessità di dare al sintetico rullino una vibrazione poetica, mi ha portato però ad abbinarlo al colore dell'ingobbio (terra liquida colorata) e alla brunitura con ossidi.
Questa miscela di tecniche dà origine a pezzi molto coerenti ed ha grandi possibilità espressive. Dopo una lunga messa a punto, è piaciuta molto e, grazie anche ai corsi, ha ora una sorprendente diffusione dovuta alla sua praticità, immediatezza e potenzialità espressiva e già viene ampliata da bravi ceramisti secondo personali esigenze creative. Come spesso succede nell'artigianato e nella ricerca, l'arrivare a mettere a punto una pur semplice tecnica passa attraverso una enorme quantità di prove e di errori, anzi forse la cosa più difficile è trovare una tecnica semplice.

La tecnica del "Rullino Ossidato" dà la possibilità di lavorare sull'opaco a bassa temperatura e con una sola cottura, conferendo al pezzo una vibrazione che da soli rullo od ingobbio non avrebbero.

I pezzi presentano da un lato l'aspetto primario della ceramica arcaica e dall'altro entrano in sintonia con i linguaggi visivi contemporanei. Avevo fatto il primo rullino per riportare una greca tribale del Camerum a mo' di cornice sulla porticina di un tabernacolo, per una chiesa nella giungla.

I "rullini ossidati" quindi, sono nati dal mondo ed ora li sto utilizzando nel tentativo di parlare del mondo con lucidità, ironia e poesia.

Essi vogliono dare immagini dell'odierna avventura umana, rappresentazioni a volte benevole, a volte corrosive, ma pur sempre ludiche, compassionevoli e speranzose.
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Fotografie

da Ceramica.com

ALCHIMIA -

Il fascino della creazione ceramica non si limita alla scoperta della plasticità della materia "argilla" e delle innumerevoli possibilità creative che essa offre. Un aspetto particolarmente carico di espressione è senza dubbio la colorazione degli oggetti: il gioco fra le materie prime e il fuoco completano la struttura dell'argilla sottostante e sottolineano forme e volumi.
La creazione di smalti purtroppo non è una disciplina molto diffusa fra coloro che lavorano con la ceramica spesse volte ci si limita ad utilizzare ciò che si trova in commercio, con risultati che non sempre riescono a soddisfare la volontà espressiva dell'artista.
Noi vogliamo qui incoraggiare chiunque voglia cimentarsi con alchimia degli smalti, mettendo a disposizione una serie di ricette a base di materie prime, già testate dal nostro laboratorio. Vi ricordiamo inoltre che su questo sito manteniamo un forum aperto sul quale è possibile anche porre questioni tecniche e scambiare esperienze.

Nel menù qui sotto, trovate i smalti suddivisi in base alla temperatura di cottura.
(La redazione non si assume nessuna responsabilità per le ricette pubblicate)

1050° - 1100° / 1100° - 1200° / 1200° - 1260° / 1250° - 1300°
sul sito le percentuali dei coloranti in alchimia

Terre Sigillate

Approfondimento curato da Luisella Giobbi

Con il termine "terra sigillata" si definiscono le tecniche di finitura di superfici ceramiche rivestite da patine prodotte con argilla vetrificante. Queste patine si ottengono separando dalla composizione argillosa, per sedimentazione in acqua, le particelle piu' fini e colloidali da quelle piu' grossolane.

La scelta delle argille da trattare privilegia quelle molto plastiche ricche di ossido di ferro, sodio e potassio. Una prima sommaria separazione delle sabbie silicee dalla parte plastica puo' avvenire dissolvendo l'argilla in quantita' molto elevata di acqua all'interno di un contenitore a colonna, asportando la parte altra della sospensione che si forma dopo breve tempo.
Quindi per mezzo di un sifone si estrae la parte dell'acqua che contiene le particelle in sospensione e si lascia depositare sul fondo l'ingobbio finissimo o terra sigillata. Gli ingobbi potranno essere applicati a crudo, la cottura potrà essere effettuata sia in ambiente ossidante sia riducente ottenendo una paletta di tonalità rosse tipiche delle vernici "aretine" fino al nero brillante di tipo "attico-primitivo".

Alcune opere realizzate dall'artista Luisella Giobbi




La mia ricerca si e' rivolta ad osservare il contenuto cromatico di quelle che comunemente vengono chiamate "argille" che non sono composte di un unico materiale ma sono l'insieme di varie componenti minerali diverse anche per quanto riguarda la granulometria delle particelle.
L'impasto plastico argilloso e' composto di materiali che vanno dalla forma sabbiosa piu' o meno rotondeggiante a particelle estremamente piccole di forma lamellare che sono i veri e propri minerali argillosi: le prime consentono alla massa di essiccare in tempi relativamente brevi e senza eccessivo ritiro, mentre le particelle fini danno alla massa la possibilita' di essere modellabile, plastica e igroscopica e inoltre conferiscono coesione alla massa in crudo. Queste ultime particelle inoltre possono contenere composti alcalini e del ferro che ne provocano la fusione a temperature anche inferiori ai 1000°C.
Per selezionare queste particelle si gioca sulla differenza di velocita' di caduta delle varie componenti granulometriche quando vengono disperse in un grande rapporto di acqua, possibilmente piovana in quanto per assenza di sali e relativa acidita' agisce sulle particelle a forma di foglio condizionando la loro carica attrattiva e rallentandone ulteriormente la caduta sul fondo. I tempi di attesa della separazione delle sabbie, che scendono sul fondo, dalle particelle finissime, che restano sospese, può variare da alcune ore a piu' giorni ed e' in relazione ai diversi tipi di "argille".
La sospensione di argilla che si ricava e' ad un livello di liquidita' elevatissima e per concentrarla velocemente si aggiungono alcune gocce di acido cloridrico che in alcune ore provoca la precipitazione sul fondo dell'argilla e rende eliminabile l'acqua chiara, con l'impiego di un sifone, o per versamento. Una ulteriore concentrazione e' possibile facendo filtrare l'acqua verso l'esterno in un contenitore di cotto.

L'uso di ingobbi vetrificati era gia' conosciuto dai greci fin dal VI sec. a.C.: la vernice si otteneva mediante peptizzazione di argille sedimentarie molto alcaline. Il procedimento di ricoprire il vasellame con vernice di questo tipo lo troviamo in tutto il mondo ellenico; tale tipo di ceramica e' stata denominata in vario modo a seconda della provenienza.
Le argille usate sono di tipo sedimentario, ferruginose e con scarsa presenza di calcare. L'ingobbio, o vernice era ottenuto da argille sedimentarie appositamente scelte, certamente quelle più fusibili. L'argilla si faceva decantare in vasche e, come deflocculante, probabilmente si usavano la cenere di legna, soda o potassa; questi elementi facilitavano la peptizzazione del bagno di argille. Si utilizzava solo la parte in sospensione composta delle particelle più fini di argilla e ricca di alcali. Fatta evaporare la parte eccedente di acqua , si otteneva un bagno argilloso-alcalino, dove venivano immersi gli oggetti quando avevano raggiunto lo stadio di durezza cuoio.

Vernici rosse e nere:
Terre sigillate La particolarita' delle vernici rosse e nere (patine) e' che sono lucide ma non brillanti, sottilissime, impermeabili come gli smalti, ma senza quell'aspetto vetroso così evidente. E non si tratta di un semplice ingobbio (rivestimento ottenuto sovrapponendo all'argilla dell'impasto un sottile strato di una diversa argilla) infatti l'ingobbio ha uno spessore piu' grosso, colori meno intensi e non e' lucido, se non opportunamente steccato. Va detto che il termine "vernice", che gli archeologi hanno sempre impiegato per questo tipo di rivestimento, da un punto di vista tecnologico appare improprio, poiche' la vernice e' un rivestimento vetroso trasparente mentre in questo caso la vetrificazione e' parziale e non si raggiunge la trasparenza. Gli artisti contemporanei preferiscono chiamare questo tipo di rivestimento "terra sigillata", prendendo a prestito una denominazione che gli archeologi usano invece per indicare una ben precisa tipologia ceramica di epoca romana, a vernice rossa, ottenuta mediante sigillum (stampo). In campo tecnologico il termine ritenuto piu' appropriato e' dunque "patina".

Alcune opere realizzate dall'artista Luisella Giobbi



Come fare:

Per ottenere una patina occorre partire da un'argilla, che non necessariamente e' la stessa usata per foggiare il pezzo. Questa argilla viene sottoposta a decantazione, cioe' dispersa in abbondante acqua e posta in una vasca. Le varie frazioni granulometriche dei materiali che compongono l'argilla si depositano in tempi successivi, a partire da quelle piu' grossolane. E' cosi' possibile separare la frazione granulometrica piu' fine, che resta in sospensione piu' a lungo. La parte separata differira' dalla composizione di partenza non solo perche' piu' fine, ma anche per la sua composizione chimico-mineralogica.


La cottura:

Passiamo a vedere cosa succede in cottura. La particolare composizione della patina, piu' ricca in fondenti rispetto all'impasto, permette al rivestimento di raggiungere una parziale vetrificazione, mentre alla stessa temperatura il corpo rimane poroso.
Presso i Greci e i Romani era consuetudine la monocottura. Effetti particolari venivano pero' ottenuti variando l'atmosfera del forno, riuscendo cosi' a variare il colore delle superfici. Nei forni a combustione, limitando l'afflusso di aria, e quindi di ossigeno, si produce una combustione incompleta che porta alla formazione di gas riducenti come l'ossido di carbonio.
L'ossido di carbonio reagisce con i composti del ferro e la conseguenza di queste reazioni e' ben visibile perche', mentre i composti ferrici di partenza erano di colorazione giallo-arancio, quelli ferrosi che si formano sono invece grigio-neri. Un'altra causa di annerimento degli oggetti e' conseguente alla formazione, in ambiente riducente di particelle di carbonio che si depositano sulla superficie e all'interno della porosita' degli oggetti infornati. Queste particelle di carbonio possono formarsi sia dall'ossido di carbonio risultante da una combustione incompleta, che dall'introduzione nel forno di sostanze fumogene.

 
 

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Raku dolce

Approfondimento curato da Giovanni Cimatti



Ho iniziato a lavorare attorno a una ipotesi di Raku "freddo" alla fine degli anni novanta quando, dopo vent'anni di Raku per diletto, lavorando attorno alle "terre sigillate", grazie anche alla conoscenza di artisti come Duncan Ross, Pierre Bayle e Tjok Dessauvage, ho scoperto la possibilità di avere l'annerimento delle argille porose anche a bassa temperatura.

Questa scoperta legata alla microporosità delle argille, mi ha fatto avanzare con successive varianti di metodo che sono tuttora aperte e che ho definito metodo di cottura a RAKU DOLCE.






Il Raku Dolce si colloca all'interno del cosiddetto Raku Americano, cioè eseguito con estrazione a caldo dal forno e successiva fumigazione, ma con alcune sostanziali differenze che consentono una radicale diversità di risultati estetici e formali.

Per descriverle meglio voglio sottolineare alcune caratteristiche fondamentali dell'originale Raku giapponese e di quello cosiddetto americano.

Una di queste e', nel genere dei Raku, l'impiego di impasti argillosi a cui e' stata aggiunta chamotte soprattutto nella produzione di forme di media e grande dimensione.
Graniglia più o meno fine di materiale refrattario indispensabile per evitare rotture del corpo ceramico (ma non escluderle), durante il veloce raffreddamento in uscita dal forno. Questa chamotte se, da una parte, e' stata la fortuna del genere Raku producendo una inconfondibile caratterizzazione della superficie, dall'altra rende difficoltose sia la lavorazione al tornio che la finitura delle superfici; se non attraverso una complessa compattazione o levigazione con pressione di attrezzi lisci esercitata a durezza cuoio.
Ma questa chamotte se rende più facile l'essiccamento delle forme e riduce il rischio di fessurazioni, per contro rende il corpo dell'oggetto più fragile sia a secco che a cotto. Vi e' poi l'annerimento delle parti in argilla scoperte dal rivestimento vetroso che nel Raku americano avviene solo dietro una forte fumigazione e solo con il corpo ceramico rovente. Questa metodica richiede generalmente la chiusura in contenitori metallici della ceramica incandescente a contatto con comburenti generalmente vegetali; contenitori che trattengono il fumo attorno al pezzo.






RAKU "DOLCE"
- Quali sono le potenzialità tecniche e quindi estetiche? Il mio metodo "DOLCE" consiste nell'estrarre le ceramiche a bassa temperatura e ottenere ugualmente un annerimento brillante del biscotto: a volte, per evitare di ferire l'oggetto, utilizzo pinze metalliche che nel punto di contatto sono ricoperte di comunissima stoffa di cotone o afferrando la ceramica calda con i guanti e pezzi di cartone. Per la realizzazione delle forme a Raku Dolce impiego argille senza chamotte e così posso ottenere superfici con elevata finitura anche con la foggiatura al tornio. L'impiego di argilla senza chamotte mi consente di ottenere forme senza fratture fino a 50-60 cm di diametro e con spessori di soli 3-5 mm. Quando finisco le superfici utilizzando le patine del genere "Terra Sigillata" posso effettuare le applicazioni a immersione su argilla secca senza rischio di rotture da eccesso di infiltrazione di acqua e ottenere la lettura di ogni dettaglio di eventuali bassorilievi come nelle Terre Sigillate Romane. Con le patine "terra sigillata" ottengo craquelés incredibilmente rarefatti, molto estesi e rapporti di arancio caldo e nero di derivazione "attica". Se impiego vernici trasparenti o colorate ad esempio turchesi posso ottenere superfici pulite e cavilli molto anneriti. E soprattutto una ottima durezza delle forme anche dopo una cottura Raku.

In sintesi: ho fatto il "raku dolce" perché mi piaceva fare ceramica Raku ma ero stanco di argille piene di graniglia refrattaria a effetto roccioso-materico, di forme sempre fessurate e troppo fragili, di maleodoranti bidoni per le riduzioni e della puzza di fumo che mi restava sempre addosso. Adesso posso fare forme ben rifinite che vibrano con suono di campane, dove le argille scoperte dal vetro sono di colore nero etrusco e le "Terre Sigillate" disegnano, con attica nettezza, grandi craquelés girovaganti su superfici color arancio solare.
 

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